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ONU PRONTO A CONTATTI CON EXTRATERRESTRI - Parte LVIII

Prosegue dalla parte LVII . Ed ecco il palesarsi di un'altra prima volta...anzi, "altre prime volte". Eh Sì! Poiché i risco...

lunedì 18 aprile 2011

MAREA NERA. UN ANNO DOPO

Un anno fa la Marea nera

Undici morti, 5 milioni di barili in mare, danni per miliardi

18 aprile, 19:32

di Luciano Clerico

NEW YORK- E' passato un anno. Mercoledi' prossimo saranno trascorsi esattamente 365 giorni dal momento in cui sulla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, posizionata a 66 chilometri al largo delle coste della Louisiana, un' esplosione squarciava la notte del Golfo del Messico e la struttura dell' impianto. Erano le 21:45: aveva inizio in quel momento al largo di New Orleans quello che si sarebbe trasformato nel piu' grave disastro ecologico della storia.
Quell'esplosione, dovuta al mancato funzionamento di una pompa idraulica, ha causato non solo 11 morti e 17 feriti. Ha provocato anche la piu' inarrestabile fuga di petrolio mai vista, un fiume nero che giorno dopo giorno e' sfociato nel Golfo del Messico fino ad occuparlo quasi per meta'.

Gli esperti hanno calcolato in 5 milioni i barili di petrolio finiti in mare. L'intera industria marittima di tre Stati (Louisiana, Mississippi e Texas, senza tener conto dei danni provocati in Florida) e' stata messa in ginocchio e la potente America ha assistito, impotente, all'aggravarsi di una catastrofe ambientale senza precedenti nel mondo. Neppure il disastro provocato nel 1989 sulle coste dell'Alaska dalla petroliera Exxon Valdez aveva avuto conseguenze cosi' gravi. Quella piattaforma, costruita in Corea del Sud dalla Hyundai Heavy Industries, era di proprieta' della societa' svizzera Transocean ed era stata affittata due anni prima dalla britannica BP per procedere alle trivellazioni del pozzo Macondo, un pozzo che si trova ad una profondita' di circa 1.500 metri.
Prima dell'incidente, la BP estraeva dal pozzo 8 mila barili di petrolio al giorno. Che, da un giorno all'altro, hanno cominciato inesorabilmente a finire in mare. Inizialmente la portata dell'incidente fu sottostimata.

I soccorsi seguirono le abituali procedure previste in questi casi. Solo quando, due giorni dopo l'incidente, la colossale piattaforma affondo', i tecnici si resero conto della gravita' potenzialmente epocale del disastro: da uno dei tubi della piattaforma squarciatisi nell'esplosione il petrolio continuava ad uscire a enormi fiotti (50 mila barili al giorno). Solo che ora la piattaforma era sul fondo del mare, a 1.500 mt di profondita'.
Mettere un 'tappo' a quella falla non sarebbe stato un lavoro facile. Gli ingegneri capirono subito: sarebbe stato un incubo. Cosi' e' stato: i tecnici della BP hanno lavorato l'intera estate prima di riuscire a fermare quel petrolio che saliva dal fondo del mare. Dopo svariati tentativi, il tamponamento definitivo della perdita e' stato messo in atto con successo soltanto il 19 settembre.

Per i precedenti cinque mesi un fiume di oltre 780 milioni di litri di petrolio ha avvelenato le acque e le coste del Golfo del Messico. Nel dichiarare BP responsabile del disastro, gli Usa hanno raggiunto con il gruppo petrolifero un accordo per la costituzione di un fondo iniziale di 20 miliardi di dollari per risarcimento danni. BP dal canto suo ha dichiarato spese per 8 miliardi di collari per contenere il petrolio e perdite per 3,95 miliardi.
Come altre compagnie petrolifere, ha gia' ripresentato domanda per riprendere le trivellazioni.

Link articolo: ansa.it

Ed ancora, l'impatto del disastro, sulla natura...

LA NATURA SOFFRIRÀ PER 50 ANNI

E poi, gli ultimi sviluppi, dal punto di vista, dell'impatto sulla salute della popolazione...

A un anno da disastro malattie tra soccorritori

18 aprile, 19:27

ROMA- Un anno dopo il disastro della Deepwater Horizon, che avvenne il 20 aprile 2010, una 'malattia misteriosa' sta colpendo diversi soccorritori, soprattutto in Louisiana. Lo affermano diverse testimonianze raccolte dal sito del Discovery Channel, secondo cui fra i responsabili potrebbe esserci l'esposizione al benzene. "Un mese dopo aver iniziato a lavorare su una delle chiatte dei soccorritori - racconta ad esempio Jamie Simon, 32 anni - ho cominicato ad avere sangue dal naso e mal di testa, e i sintomi non sono mai migliorati, anzi se ne sono aggiunti degli altri". Secondo un medico della cittadina di Raceland, la stessa di Jamie Simon, sono una sessantina le persone nelle sue condizioni, un numero che farebbe pensare che le 415 persone ammalate censite dallo stato della Louisiana siano in realta' sottostimate: "Il metodo federale ha un grosso difetto - spiega Bernard Goldstein, tossicologo dell'universita' di Pittsburgh - nessun programma per il monitoraggio sui lavoratori e' iniziato prima di sei mesi dall'incidente, e tutte le tecniche sviluppate per verificare l'esposizione non servono a niente se si aspetta cosi' tanto per fare i test. Il benzene, ad esempio, dopo quattro mesi scompare dal sangue". Proprio il benzene potrebbe essere uno dei principali responsabili dei malesseri. Wilma Subra, una biologa locale, afferma ad esempio che nei pescatori e nelle persone che hanno partecipato ai soccorsi ci sono valori 36 volte maggiori rispetto alla media: "Stiamo vedendo sempre piu' persone ammalarsi - afferma - ed e' chiaro che l'esposizione continua alle sostanze tossiche e' la prima responsabile".


Link articolo: ansa.it.

Più passa il tempo e più è palese l'immane disastro, sotto tutti i punti di vista, che si è consumato un anno fà, nel Golfo del Messico.

Ed il futuro, a quanto sembra, non promette nulla di buono.

Anche se, a quanto pare, almeno nell'Unione Europea, potrebbe non essere così...

Marea Nera, un anno da
catastrofe

Bruxelles prepara stretta su pozzi offshore

20 aprile, 10:46

BRUXELLES - A un anno dal disastro ambientale del Golfo del Messico, Bruxelles e' pronta a proporre una stretta sulle regole per la sicurezza degli impianti petroliferi offshore. Per prevenire il ripetersi di analoghe catastrofi nelle acque del Mediterraneo o del Mare del Nord, la Commissione europea presentera' a luglio un pacchetto di proposte, a partire dal principio che ''chi inquina paga''. Attualmente infatti questa responsabilita' si applica solo entro le 12 miglia dalla costa. ''Gli impianti offshore si trovano spesso piu' lontani - riferiscono fonti della Commissione Ue - e quindi la proposta e' quella di estendere il limite alle 200 miglia'', pagando i relativi danni provocati all'ecosistema marino.

Continua su: ansa.it

A seguire e dalla stessa fonte, un approfondimento in merito...

Ue: 900 impianti offshore, 123 in Italia

20 aprile, 10:25

BRUXELLES - Secondo gli ultimi dati, nell'Ue sono operativi 900 impianti petroliferi offshore, di cui 123 in Italia. Tra i Paesi dello Spazio economico europeo (quelli Ue piu' Norvegia, Islanda e Liechtenstein), solo la Norvegia svolge attualmente attivita' offshore in acque profonde fino a 1.300 metri

GLI IMPIANTI OFFSHORE IN UE Sono in tutto 900, di cui 123 in Italia. Altri 486 si trovano in Gran Bretagna, 181 in Olanda, 61 in Danimarca, 2 in Germania, 2 in Irlanda, 4 in Spagna, 2 in Grecia, 7 in Romania, uno in Bulgaria e 3 in Polonia.
Anche Cipro e Malta prevedono di intraprendere attivita' di trivellazione.

PIATTAFORME IN ACQUE PROFONDE Dei 12 Paesi dello Spazio economico europeo che svolgono operazioni di trivellazioni offshore, solo la Norvegia svolge attivita' offshore in acque profonde fino a 1.300 metri. Molti paesi pero' puntano a seguirne l'esempio. In particolare, in Gran Bretagna e' prevista una esplorazione a ovest delle isole Shetland, ad una profondita' di 1.100 metri. La Romania ha concesso un permesso di trivellazione nel Mar Nero, ad una profondita' di 1.000 metri. Nelle acque libiche del Mediterraneo sono stati realizzati pozzi da 1.500 metri e oltre, mentre in Egitto sono stati progettati pozzi fino a 2.700 metri. Le piu' recenti ''scoperte'' di petrolio oltre i 300 metri di profondita' sono state 15 in Norvegia, 2 in Gran Bretagna, 2 in Spagna e 2 in Groenlandia. Nel Mediterraneo, un'esplorazione e' prevista nello Stretto di Sicilia, nelle acque profonde italiane e tunisine, ma anche ad Est, nelle acque maltesi.

Link articolo: ansa.it

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