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domenica 10 aprile 2011

LA "RESIDENZA"

PERU'

I fantasmi e i segreti
della "Residenza"
un passato di sangue
ancora vivo

L'ex abitazione dell'ambasciatore giapponese a Lima fu teatro a fine 1996 di una clamorosa azione terroristica a tutt'oggi avvolta nel mistero.
Oggi è uno spiazzo sterrato e i numerosi progetti per riqualificare il terreno sono rimasti sulla carta

di DANIELE MASTROGIACOMO

LIMA - Non ha un nome, un indirizzo, un'indicazione stradale. La chiamano soltanto la "Residenza". Pronunciano il nome con aria lieve, quasi un soffio distratto, con quel rispetto che si addice alle cose non più terrene. Perché tutto quello che circonda e aleggia attorno alla ex residenza dell'ambasciatore giapponese in Perù ha sapore di morte e di mistero. Nel cuore del quartiere-bene di San Isidro, tante volte descritto da Mario Vargas Llosa nella Tia Julia y el escribidor, oggi sorge un campo di erba bruciata e terra, punteggiato da un paio d'alberi piegati dal vento e protetto da alte mura bianche.
Dodici anni fa ospitava una villa luminosa a tre piani, con dodici stanze e un doppio salone, un ampio giardino curato, pieno di fiori e piante rare.

Ci viveva il capo delle delegazione di Tokyo che qui riveste un'importanza particolare per i rapporti stretti che il Perù ha sempre avuto con il Giappone. Il 17 dicembre del 1996, un commando di 14 guerriglieri dell'Mrta, il Movimiento revolucionario Tupac Amaru, i Tupamaros, un gruppo armato di estrema sinistra, si fa assumere da una società di catering e al momento del brindisi, indossando le divise da cameriere, blocca e sequestra i 600 invitati per la festa dell'Imperatore Akihito. E' un'azione clamorosa che mette in crisi il governo dell'allora presidente Alberto Fujimori, un oscuro ingegnere di origini giapponesi da cinque anni alla guida del Perù. Il rapimento durò tre mesi e si concluse con l'assalto delle teste di cuoio peruviane, sostenute dalla tecnologia statunitense e israeliana. I 72 ostaggi rimasti prigionieri, tutti personaggi di primo piano dell'antiterrorismo, della Corte costituzionale, della polizia e delle forze armate, furono tratti in salvo. Ci fu solo una vittima: un giudice costituzionalista, guarda caso noto per le sue critiche al regime del momento. Oltre ai 14 militanti dell'Mrta che risultarono uccisi a sangue freddo, con un colpo di pistola alla nuca, mentre alzavano le mani in segno di resa.

Il sequestro fu l'ultima azione di un terrorismo che aveva insanguinato per venti anni il Paese, con oltre 50 mila morti, soprattutto contadini della Sierra andina e l'inizio di una nuova fase per il Perù. Ma quel caso che ha comunque segnato la storia e la vita politica di questa nazione, non è mai stato risolto. La gente, la stessa classe dirigente, è rimasta vittima di una violenza che continua a respirare attorno a queste quattro lunghe mura bianche. I resti della villa, lacerati dalle esplosioni che aprirono un varco alle forze speciali, sono stati rasi al suolo. Ma è stata più di una distruzione. Si è voluta cancellare anche la minima traccia di un episodio che fa ancora paura: le ruspe hanno scavato, abbattuto, spezzato ogni singolo frammento di cemento e di legno e poi coperto tutto con della terra. La delegazione giapponese si è trasferita in un altro edificio e ha messo in vendita il terreno. Il Comune di Lima ha pensato di trasformarlo in un parco pubblico. Il governo ha suggerito di farne un monumento nazionale con tanto di stele a ricordo di quella brutta avventura. Fondazioni private e pubbliche hanno tentato di costruirci un museo. Idee, progetti. Sono rimasti sulla carta.

Non c'è stata una sola richiesta di acquisto, ogni soluzione alla fine è stata scartata. Meglio dimenticare. La "Residenza" è stata abbandonata a se stessa assieme ai suoi fantasmi. Quelli dei 12 militanti, tra cui due ragazze di 16 anni, rimasti freddati sulle scale e nella grande sala della villa; quelli del magistrato, ucciso da un fuoco amico; quelli di chi è riuscito a fuggire nelle prime ore lasciando gli altri prigionieri; quelli di chi ha guidato dall'interno l'incursione delle forze speciali; quelli, tra Croce rossa internazionale e Curia vescovile, che hanno mediato per 126 giorni; quelli che hanno scavato, tre metri sotto terra, un tunnel che da un palazzo vicino condusse le teste di cuoio sotto il pavimento del salone della residenza.

Il tempo ha finito per sgretolare persino la pittura bianca che immacolava le mura di cinta. La rete metallica e i fili elettrici dell'impianto di sicurezza restano appesi e pieni di buchi. Folate di vento caldo che salgono dal Pacifico li agitano come simboli di una storia che non trova pace. Gruppi di turisti giapponesi si fanno accompagnare davanti all'ingresso e osservano con aria compunta: lo sguardo che vaga da un lato all'altro delle mura, scrutano tra i buchi delle pallottole che ancora segnano il portone di ingresso, scattano le inevitabili fotografie-ricordo. All'interno si stagliano solo i profili di una decina di alberi rinsecchiti, qualche maceria accumulata che spunta dal terreno, due vecchie auto arrugginite che facevano parte del servizio diplomatico, le fosse, ormai colme di vegetazione, che aprirono la strada per l'assalto finale.

Fuori, lontano da questo luogo carico di fantasmi del passato, la Lima di quei giorni, scanditi da frenetiche trattative, oggi è immersa nel suo sviluppo fatto di benessere e di riccchezza. E' distratta dal suo futuro, dalle elezioni che indicheranno il nuovo presidente. Ma il passato, lungo questa via silenziosa, solcata da rare automobili e dal volo radente dei corvi, si riaffaccia. Gli altri, i protagonisti dell'azione Terroristica più spettacolare della fine del secolo scorso, restano altrove. Chi sepolto in tombe spartane, senza neanche la dignità di un nome scolpito sotto una croce di legno. Chi riflettendo in carcere sulla giostra della vita. Come Alberto Fujimori, travolto dagli scandali, condannato a 25 anni per corruzione e violazione dei diritti umani.
Come Vladimiro Montesinos, capo dei servizi segreti dell'epoca, chiuso nella prigione di massima sicurezza del Callao assieme al suo grande nemico, il capo di Sendero Luminoso Abimael Guzman. Di loro resta un'ultima immagine. Li coglie raggianti, in maniche di camicia bianca, il giubotto antiproiettile scuro che li avvolgeva, l'Ak-47 sollevato in aria in segno di vittoria. Avevano voluto partecipare personalmente al blitz e chiudere una vicenda che li aveva entrambi ossessionati. Fu l'inizio della fine.
I fantasmi della "Residenza" continuano ad inseguirli.

Link articolo: repubblica.it


Ora, ho tre domande per voi...

- Quanti si ricordano di questo evento?

- E fra coloro che ne hanno memoria, quanti ne hanno approfondito la conoscenza nei particolari?

- E fra questi ultimi, chi ha "pensato male", fino ad ipotizzare un complotto?

Le mie risposte sono...

- Si.

- No.

- ( Ovviamente, vista la risposta precedente ) Assolutamente no.

Vedete che, non si finisce mai, "d'imparar...complotti".

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